Il carattere dell’artista si forma anche dall’ambiente, quasi per sotterranea emozione, ed è sua ventura se viene a trovarsi in un tempo o nell’altro.

Come da certi paesaggi si scoprono due orizzonti di mare, così mi ritrovo il sentimento vivo di due tempi. 

Estremamente sensibile fin da fanciullo e con la memoria visiva acuta, si sono fissate, direi nel sangue, certe immagini liriche (alle volte ne sentii la vertigine) che furono come la naturale sorgente dei miei stati compositivi sia reali che fantastici. E nel mio animo sento, quasi il ritmo del primo respiro, certi sconvolgimenti, i quali oltre che a mio padre, appartengono con tutte le conseguenti aspirazioni e sconfitte, alla sua epoca sociale.

Dall’Agreste Lazio

La volontà così forte e tenace della gente laziale portò mio padre a scappare sui quattordici anni dal paese per venirsene a piedi a Roma, divenuta da poco tempo centro e ca pitale d’Italia . Fu un impulso, questo, isolato e ribelle per la placida vita di allora, nuovo nel suo paesello di Castel Madama, fu certamente un riflesso ed una ripercussione del momento politico.
Riportato più volte a mio nonno in seguito a successive evasioni, fu legato un mattino all’alba a Tivoli, ad un anello, dove si ferravano i muli e i cavalli, perchè  “allu passaggiu di quello bell’omo che pare nu signore che  iva con li bovi se lo riportasse a casa.”Accaddero liti in famiglia tra il vecchio zio Giuseppe e il nonno Antonio, perché il primo, che tanto aveva corso il mondo, tornato a piedi dalla tragica campagna di Russia, si levò una sera da vicino al fuoco, alle difese del nipote: “Fino che campu io, comannu io, e Sdanislau deve studià perchè quissù deve esse II’onore de la casata“.

Questo giovinetto gracile e biondo, con occhi di falco bellissimi anche da vecchio come due lapislazzuli, vinceva nelle sue passeggiate continue di quaranta chilometri, il buio desolato che allora si estendeva come deserto sulla campagna Romana.

Quattro anni dopo venne il padre di lui con i buoi e la “barozza” a trasportare tufi e pozzolane in quella ridda costruttiva che doveva, come una voragine, invadere orti e ville, per una disordinata espansione della città. E con mio padre scesero i suoi quattro fratelli forse per quel risveglio che dall’alta Italia dilagò, come bacillo d’intelligenza, alla stasi tranquilla di ogni sperduto paese. Egli trovò in Roma l’ambiente meno adatto alla sua scontrosa timidezza: la rinunzia acuì in lui la forza per vincere. I disagi non piegarono il carattere di randagio, in cerca di un angolo di indipendenza: neppure quando malandato in salute trovò il rimedio di portarsi lungo la linea ferroviaria per i monti dell’Abruzzo, a torso nudo e la scala in ispalla, a segnare i numeri di casello in casello.

Quando io nacqui un primo passo era già stato compiuto, con quella metodica, tenace economia, tradizionale della nostra gente. 

La casa era ben scelta, originale e isolata in cima ad uno dei torrini di Piazza Vittorio a un passo da Piazza Pepe: di là arrivavano i ruggiti dei leoni, delle fiere, il baccano delle giostre, che tanto mi dovevano restare nella mente, insieme al canto degli organetti. Quasi ogni domenica attraversavamo questa spensierata baldoria per il vicino e rissoso quartiere di S. Lorenzo, dov’era la casa e la bottega dei nonni e degli zii.

In simile groviglio di persone, tra i burrattini armati portati a braccio per richiamo agli spettacoli, tra lo scoppiare improvviso di scene e grida che salivano dalle osterie imbandierate; al ritorno tra le ombre vacillanti nella notte degli ubbriachi, agitato e sospeso, mi tenevo fortemente stretto alla mano di mio padre.

Queste impronte oscure o liete dell’infanzia, cullate dal senso di placida indolenza romana, si risvegliavano nella tranquilla sicurezza di una terrazza vastissima che si apriva ai lati del torrino, nel susseguirsi dei palazzi sprofondati verso i cortili, nella oscurità di una scala interminabile, le strade, la piazza alberata. Tutto ciò mi ha lasciato un senso musicale geometrico, raccolto dal ricordo delle lucide chiarezze dei mattini, e degli infocati tramonti verso il Colosseo. Nello studio pieno di luce m’incantavo a veder dipingere mio padre, a sentirlo cantare insieme alla bella voce della mamma che l’aiutava anche a disegnare e ad abbozzare le tele. Sull’ammattonato con mio fratello sgorbiavamo a carbone i primi S. Micheli del Reni, e i putti di Raffaello.

I racconti narrati durante il lavoro o nella sera, in attesa della cena, erano racconti pieni di fresche immagini, coloriti sulla vita degli artisti “bravi” come il babbo sapeva rievocarli, quasi di gente favolosa.

Una povertà sicura

Talora il racconto pareva sollevare l’ambiente sulle ali degli angeli e dei cherubini, ed io mi portavo pieno di con i miei altarini  nelle luci dei cieli; talvolta era lo sprofondarsi di diavoli nelle fiamme così vive e palpitanti, a sentirne vicino il soffio rovente, stretto a mio padre, con il viso nascosto tra la sua barba. 

Era la nostra una povertà piena di sicurezza, di decoro e di canto; era come la preghiera che si faceva noi fanciulli prima di dormire, o quando doveva arrivare in casa il risultato di un lavoro, consegnato tra l’esitazione e la speranza. Poi c’erano i pomeriggi spensierati: si andava nelle campagne piene di prati e di canneti, tra risonanti osterie, le ultime mascherate variopinte, le favolose girandole denso il cielo di scoppi e cadute di faville; tutto pareva allora al trotto dei cavalli, come un lento e regolare andamento di acque, che avessero le loro uscite per le porte, le piazze, e per iI corso.

Tra questo calmo ritmo sentivo però, qua e là, che si scavalcava qualche cosa, come visto dalla mia percezione estremamente sensibile,  qualche cosa simile al salto che da l’onda più I uri ga insieme a quella più breve e vicina, nel subitaneo intoppo di un sasso, il parlare pensieroso di mio padre con Franceschiello, mentre questi preparava il soppalco da dividere la altezza dello studio, dove poi si andrà a dormire, certe espressioni del viso dei genitori, parole oscure lontane di dolore, certe giornate di un silenzio agitato dove per la piazza non vedevi nè camminare persona, nè correre carrozzelle, ma verso il Colosseo canti di tante persone venivano come un brontolio inquieto.

C’è anche nel ricordo di quei tempi un terribile asilo di bambini, per una strada sterrata in salita vicino a S. Martino. Un odore penetrante da certi alberi che si spogliavano a strisce al vento; e la terra disseminata di piccoli cappucci infiorati di bianco. Si entrava con altri bambini, che piangevano trascinati per mano; tutto si dimenticava per poco. 

Ma quella minestra insopportabile, di un altro profumo che non quello della casa mi ripugnava al solo vederla. Infine il dolore acuto di un giorno, il pianto represso per le grida autoritarie, il sangue che mi colava per un orecchio con la disperazione di sfogarmi in braccio a mia madre.

Improvvisamente una festa: pare cambiarsi tutto; passiamo sotto gli alberi snervanti di profumo, oltre l’asilo, per la strada incassata da muraglie alte, tortuose, rimboccate di chiome verdi, con fiori bianchi e dolcissimi; ed entriamo in un vasto orto.

Questo ambiente che fu, dovunque, il mio centro di attività, seppure ne fui distaccato per certi periodi, come quello della Svizzera, durante la vita militare, nel tempo trascorso tra Milano e Piacenza, era un grande orto che mio padre aveva preso in affitto; quivi rimasi per oltre venticinque anni. Si trattava della zona delle famose sette sale della Domus Aurea, sulla quale si protraeva una insoluta questione archeologica, a proposito della continuazione o no degli scavi.

Una comunità popolare

In questo vastissimo terreno chiuso da alti muraglioni monastici, si erano addensate delle baracche; vi stavano famiglie del popolo, “caIciaroIi” con i carri e i cavalli, venditori di acqua acetosa, fabbri, segatori di legname, ortolani; v’erano insieme ai gallinai una fabbrica di terraglie artistiche, e una fabbrica di liquido da bucato, su tutti, come centro di malanno, dominava una “Osteria dei Bontemponi”.

Pareva una piccola repubblica in quella via delle Sette Sale, desolata e serrata con gli eucalipti, i ligustri e i lauri affacciati sulle mura seicentesche; eppure nel centro del quartiere dei Monti, a un tiro di fucile dal Campanile di S. Maria Maggiore, il cui suono arrivava nell’ora dello “Sperduto” calmo e solenne, e si spandeva come in una conca sull’orto.

Arrivava anche l’eco delle feste romane di S. Giovanni, che tanto mi commossero nel dipingerne quasi  da un lontano mondo, con i canti e le allegrie della primavera e dell’autunno, un fremito di festa, serrato come dentro a un cesto inghirlandato di campanelle dall’incannucciata della Osteria; e insieme alle volte arrivavano ancora i boati paurosi dei comizi del Colosseo, e poi i segni delle dure prove di guerra, e dei rivolgimenti politici. Sembrava di vivere in una grande comunità di una sola famiglia; io stavo nel suo centro poetico, rispettato ed amato, qui uscivo con le mie tele a dipingere, qui nella mia baracca costruita con fatica e sudori portai la mia Orizia, e nacque in un’alba trepidante la prima figliuola Fabiola; qui venivano invitati da me gli artigiani a vedere le mie opere, che partivano poi per le esposizioni.

Alle volte, tra tanto trabalzare di carri e rumori di macchine, scoppiavano liti, incendi, disgrazie di cavalli caduti nella calce, baruffe familiari: il tutto avvolto dallo scampanìo dei monasteri e dei conventi come da un richiamo. In questo antico orto, tra le siepi di sambuchi esuberanti, gli alberi di fichi contorti e architettati, le spianate di fiori, tra quel groviglio di trespoli e di cannate carichi di pomodori roventi, accanto al fontanile barocco, dove l’oleandro vermiglio si specchiava nell’acqua verde e salmastra, si doveva formare il mio spirito d’indipendenza e la grande curiosità di conoscere, di annotare e di provare ogni cosa, fino ad una conclusione, con la pazienza che solo conosco per la pittura.

“Farsi la casa“

Il timore che l’affitto dell’orto terminasse da un anno all’altro, il malcontento di esser finito in una specie di matassa, ispirarono più volte a mio padre il ritorno alla campagna, ma dopo tante restrizioni mio padre arrivò un giorno ad acquistare un pezzo di terreno a S.Lorenzo, per la costruzione della casa che avesse consentito alla famiglia un lontano principio di benessere. lo già modellavo e dipingevo, ed una sera tutto trepidante al lume di una candela con la gioia e la certezza di aver dipinto bene, mostrai a mio padre il “ritratto di mio fratello”. Ma veniva ora la costruzione della casa a distogliermi dal lavoro: occorreva faticare dalle prime ore del mattino con cariola, pala, cofana colma di calcina, per le scale e su per il ponte. Ripassarono a uno a uno, per le mani mie, e di mio fratello, i sassi e i tufi che andavamo raccattando da mesi con un carrettino tirato dal vecchio asino “Garaghè” ovunque s’incontrassero, sassi e tufi caduti dai carri nel lungo tragitto che dalle Sette Sale portava fino presso al Verano. Da piccole demolizioni fu acquistato altro materiale. Opaco, triste, senza gioia di pace, di ristoro nelle sere squallide e disperate, era il ritorno a quella che non era più la casa, mentre una se ne costruiva di sassi con sacrificio e fatica. Ma la casa (parola che aveva affaticato una vita) la nostra casa doveva perdersi qualche anno dopo, in seguito ad una causa civile. Mio padre si aggrappò così al vecchio rudero del Casalaccio di Tivoli. Volle decisamente tornare alla terra d’origine, come ristoro alla sua aspirazione d’artista: amareggiato e pieno di dignità e di fierezza.

La forza d’animo e l’amore dell’arte non permisero che io dovessi perdermi nelle durissime prove e le sconfitte paterne, mi consentirono invece di far risorgere, con umana pietà e amore, l’altra casa dispersa.

Vita solare e notturna

Educato da mio padre insieme al fratello Riccardo Benvenuto a una vita semplice e dura, da lui imparammo l’autonomia di noi stessi, senza dover chiedere nulla alla speranza del tempo migliore.

Un giorno a Sartorio meravigliato che ci avesse indirizzati all’arte rispose: “Per questo, prima di tutto ho insegnato loro la rinunzia”.

Aveva mio padre un alto senso dell’arte, alcuni pezzi di pittura e di scultura giovanili, dimostrano insieme alle mirabili copie dagli antichi di quanta acutezza d’ingegno e di che senso critico egli fosse capace. Aveva il rapido scatto della decisione, come improvvise ribellioni, proprie dei timidi, maturate dentro una sua filosofia.

“Prima uomini e poi artisti” ammoniva con la voce e l’occhio penetrante. Questo è stato il fondamento di aver sentito e considerato l’arte, come un fatto limpido della vita.

Fin da ragazzo ho potuto viaggiare molto, allenato a saper resistere per giorni interi al cammino da paesi e città lontane, con pochi soldi in tasca, e a dormire in qualsiasi alloggio, come un soldato, per intimo godimento e per curiosità della vita. Nè ho temuto di restar solo nelle notti, all’aperto, pur di arrivare prima dell’alba in cima al Vesuvio, o sui monti che sovrastano il corso tortuoso del Tevere tra Perugia e Orvieto, nè ho sofferto della canicola solare pur di rendermi conto da vicino, non solo delle opere classiche, riempiendo i miei quaderni di note, di schemi, di disegni, ma del mio stesso pensiero o giudizio a contatto con gli uomini e con la natura.

Arrivare improvviso avanti alle cose e ai fatti, come spettatori di sè stessi, è tutt’ora il godimento più grande, perdermi fuori del mio studio per assorbire col respiro iI ritmo della vita.

Ho avvicinato uomini di tutti i gradi sociali, sentendo profonda reciproca rispondenza di affetti; ho vissuto con interesse di osservazione, negli alberghi, e nelle cabine dei grandi piroscafi, ed anche sotto coperta in una piccola nave insieme ai negri ed ai cinesi, nella casa più umile, presso un pagliaio sotto il cielo stellato. Ho vissuto ,neIlo assoluto squallore drammatico di una distruzione, i momenti angosciosi ed esaltati della mia giovinezza.

Compagno inseparabile di mio padre, anche a Parigi nel 1914, poco più che ventenne, già pieno delle mie promesse e dei successi in arte, copiai ancora nel Louvre con la stessa docilità della prima adoIescenza. Poi, nella soffitta d’Ivry, lieto di preparare con lui la cena sulla stufetta, e di giorno alla sobria colazione, scaldandomi allo scialbo sole con tanti passeri intorno, mi entusiasmavo al pensiero di ciò che vedevo nei musei, di quanto ambivano i miei occhi avidi di conoscere.

Fu in quell’anno, precocemente noto in arte, Pensionato dell’Istituto Catel, il premio Baruzzi, e già con più opere in gallerie italiane, che ritornai a Roma in una profonda crisi di turbamento artistico, mettendomi a studiare per altre vie di ricerca: in ascolto del mio temperamento rivolto alla fantasia dei fatti e della natura  e alla scoperta sottile dei fatti e delle cose. Mentre In Italia dilagava un fervore d’innovazione futurista (che io sentivo come spirito non come espressione meccanica della forma) cercai l’innesto di una iniziale costruzione compositiva, solennità alla quale tendevo dai 18 anni, quando credevo di voler seguire Segantini.

Il mio temperamento romano e costruttivo, che si era imbevuto degli smalti di S, Pudenziana e di S. Maria Maggiore, sentiva qualche cosa di tragico e di forte per quella sintesi tonale espressa dalla agitata fantasia di quelle opere.

A Roma nel 1915 una mostra personale alla Società degli Amatori e Cultori di Belle Arti mi valse la sospensione del Pensionato Nazionale, e, alla mia povertà, l’invito del dottor Minnich di andare in Svizzera.

Ma non molto dopo, per il bene della mia arte, lasciai anche l’ospitalità del mio caro amico e mi ridussi in una casetta, lontano da Losanna, per studiare liberamente in campagna con il proposito di “non monetizzare il tempo” come dissi a chi mi rimproverava di aver guastato un quadro.

La stessa appassionata decisione che mi fece ritornare a Roma al mio lavoro dieci anni dopo, lasciando la cattedra di pittura nella Accademia di Napoli.

Non ho mai creduto all’assoluta castità della vita e dell’arte se non conquistata col fanatismo di un miraggio superiore.

«Se vuoi diventare un bravo copista di opere antiche, devi almeno ambire da giovane di arrivare ad essere Raffaello », parlando di se stesso sospirava mio padre; e questo si potrebbe dire per tutti coloro che oggi si ripiegano sulle loro candide animucce a ricamare in pittura.

E’ troppo facile non sbagliare mai senza mai avere ardito di sbagliare; si può cadere in un fondamentale errore di principio.

Penso che l’artista deve avere l’irruenza e la generosità verso se stesso e verso la vita come la ebbe un S. Agostino, condotta nello stesso tempo dalla sua limpida logica, e avere anche un poco della follìa nomade sulla vita e sulle cose che agitò Don Chisciotte.

Oltre i limiti d’ogni misura

Dalla Svizzera nella primavera del ’17 partii militare ancora abbattuto da una seconda operazione nell’orecchio e raggiunsi la Sardegna; nelle notti insidiose, sul mare, durante i percorsi, sulle tradotte vidi il mio Viaggio Tragico. Vicino ai soldati, negli ospedali o all’aperto facente parte del movimento di masse militari (che espressi in acquarelli), avanti alla forte bellezza di quella natura e di quel popolo, sentii aprirsi il fascino in me della potenza dei valori biologici e tellurici, come sorgenti di energie scattanti, plastiche e pittoriche.

Un mondo drammatico esaltato dalla fantasia sempre tesa m’urge dalla prima giovinezza, così il giorno dopo del disastro di Avezzano, in un treno stipato di gente, in grida lamenti e pianti arrivai lassù, e vidi lo spettacolo grandioso e terribile oltre l’umano, tra tanto candore di luce sferzante, che mi è restata negli occhi e nel cuore, e che oggi in una composizione pittorica vado esprimendo in un mosaico ancora in esecuzione al Mausoleo di Acqui.

Ho ancora oggi la felicità di sentire trascorrere il tempo come da ragazzo, nell’assoluta  semplicità, insieme alla famiglia, alla dedizione devota e intelligente della mia Orizia.

A Roma nella mia casa, o al Casalaccio di Tivoli dove ancora al fianco di mio padre sentii un giorno il respiro ampio verso l’eternità panica che mi sconvolge tutt’ora lo spirito, tra il divino e l’umano. In questi ultimi dieci anni ho ripercorso le esperienze di un linguaggio pittorico più confacente ad un respiro virile, quale considero la pittura murale, che ha in sè visione costruttiva e plastica. A queste ricerche ho dedicato del tempo non breve, che poteva fruttarmi opere in serie e mostre personali ogni sei mesi.

Ho passato molte notti nel mio scantinato a lambiccare combinazioni di smalti, di vernici, di supporti, di imprimiture, di resistenze al calore, perchè tutto sta nel rapporto del mezzo pittorico con qualche cosa che si muove nella mano dell’artista, quale rispondenza assoluta e una sapienza, guadagnata con amore e studio. Date la biada agli asini, correranno ugualmente da asini, groppando di qua e di là, datela ai cavalli di razza pura c arriveranno al traguardo lucidi e saettanti.

Tutte le mie pareti di pittura a cera bruciata le ho compiute in questi ultimi cinque anni, e benché qualcuno creda che io soffi qualche grande fuoco magico sulla splendente pittura, le cose stanno nel modo più semplice.

Per mio conto non ho mai avuto fretta: altro che di dipingere quando il pennello deve correre veloce e preciso.

Bisogna risalire dall’immanenza impressionista, dal frammento di oggi e di ieri, verso un linguaggio nuovo di parole e di tecnica, da servire ad una nuova classicità, a una religiositàfer.ma dell’opera, per aspirare alla creazione di un poema del nostro tempo. Ed io non so se potrò arrivare a tanto ambiziosa realizzazione.

Un giorno  mio padre, disse « all’Accademico Ferrazzi », stando sotto un albero del nostro Casalaccio di Tivoli : « però io sognavo qualche cosa di più dalla tua arte ». 

E’ la stessa affermazione che io ripeto a me stesso,  è il medesimo sogno, l’identica e irrequieta ansia di forza laziale. Vorrei arrivare ad essere un pittore, un pittore poeta tragico, degno di questo tempo drammatico ed eroico.

Ferruccio Ferrazzi  Estratto dal Meridiano di Roma  Anno VIII N. II  14 Marzo 1943